La pratica del digiuno nelle religioni monoteiste

1 . EBRAISMO

Nel libro del Deuteronomio nel secondo discorso che Mosè rivolge al popolo egli dice di se stesso: “ Quando io salii sul monte a prendere le Tavole di Pietra, le Tavole dell’Alleanza che il Signore aveva stabilita con voi, rimasi sul monte quaranta giorni e quaranta notti senza mangiare pane né bere acqua”. ( Dt 9,9)

Dopo la discesa dal monte Mosè infrange le Tavole contenenti le dieci Parole contro l’idolo fabbricato dal popolo in sua assenza “…poi mi prostrai davanti al Signore come avevo fatto la prima volta per quaranta giorni e quaranta notti non mangiai pane né bevvi acqua a causa del gran peccato che avevate commesso, facendo ciò che è male agli occhi del Signore”:

In questo testo osserviamo che la pratica del digiuno è collegata a due momenti fondamentali e cioè, in un primo momento, alla consegna in due Tavole delle dieci Parole che costituiscono il codice in base al quale si istituisce l’alleanza del Dio con quel particolare popolo e, in un secondo momento, alla espiazione del peccato di infedeltà commesso dal popolo.

Il digiuno è fatto da una singola persona, Mosè, il cui digiuno però acquista un carattere espiatorio per tutto il popolo. Analoga esperienza sarà fatta dal profeta Elia.

Il profeta Daniele, prima di ricevere le rivelazioni, dice di essersi rivolto “al Signore per pregarlo e supplicarlo con il digiuno”. ( Dn 9,3) Anche Ester prima di presentarsi in missione rischiosissima davanti al re “mortificò molto il suo corpo” ( C. 13 ).

In questi casi il digiuno assume una caratteristica che io chiamerei vigiliare, cioè alla viglia dell’assunzione di compiti decisivi per se stessi e per il popolo.

Accanto alla pratica individuale del digiuno in altre occasioni assistiamo alla convocazione di tutto il popolo perché si sottometta a tale pratica in espiazione del peccato collettivo che consiste nell’aver trasgredito il codice di comportamento fissato nell’alleanza.

Diamo alcuni esempi:

Samuele chiama il popolo a fare un giorno di digiuno. “ Si radunarono in Mizpa e digiunarono in quel giorno dicendo: abbiamo peccato contro il Signore “ ( 1 Sam. 7,6). Gioele: “ proclamate un digiuno, convocate un’assemblea. Adunate gli anziani e tutti gli abitanti della regione nella casa del Signore vostro Dio” ( Gioele 1,14). Questa convocazione è successiva alla calamità nazionale provocata dall’invasione delle cavallette che avevano distrutto i raccolti. In Giona, invece, la convocazione generale rivolta alla città di Ninive ha lo scopo di prevenire la distruzione della città. Alla predicazione di Giona e contro le sue aspettative e, forse, al suo stesso desiderio “ i cittadini di Ninive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco dal più grande al più piccolo” ( Giona 3,8).

La pratica del digiuno come esercizio di ascesi personale è un’usanza più recente e si riscontra per esempio in Tobia ( 12,8) e in Giuditta la quale “da quando era vedova digiunava tutti i giorni eccetto le vigilie dei sabati e i sabati, le vigilie dei noviluni e i noviluni, le feste e i giorni di gioia per Israele.” ( 8,6).

Riassumendo:

1 – il digiuno è stato per la tradizione spirituale ebraica una pratica che preparava momenti decisivi della storia del popolo di Israele o della vocazione straordinaria di alcuni “inviati” (pratica vigiliare)

2 – ha soprattutto un carattere pubblico. E’ il popolo nel suo insieme e, a volte, tutti gli esseri viventi del territorio che sono chiamati a farlo.

3 – la convocazione del popolo avviene o in seguito a qualche calamità o per prevenire sventure nazionali.

4 – il digiuno deve diventare una occasione perché il popolo rinsavisca e ritorni a vivere il patto di alleanza che lo lega al suo Dio.

5 – in tempi più tardivi il digiuno diventa anche un esercizio di pietà individuale.

2. ISLAM

Non sono molte le sure del Corano in cui si parla del digiuno. La più importante è sicuramente la sura “ La vacca” ( cioè la seconda ) che ha diversi versetti al riguardo.

Incominciano così. “O voi che credete! Anche a voi è prescritto il digiuno per un certo numero di giorni, come fu prescritto a quelli che furono prima di voi,nella speranza che diventiate timorati di Dio”. Nei versetti che seguono si passa ad analizzare certi casi di esenzione e di sostituzione. Poi si collega il digiuno con il mese di Ramadan. Testualmente . “ nel mese di Ramadan, mese in cui fu rivelato il Corano… chi di voi vede la luna nuova, digiuni…”. A questo segue altra casistica ( sura 2, 185 e ss.).

A me pare che da questo testo si può concludere che:

1 – è stabilito il legame tra digiuno e il mese di Ramadan

2 – che nel testo si parla in maniera generica di un certo numero di giorni di digiuno definiti poi dalla Sunna in 29 – 30 giorni

3 – che il Ramadan islamico è prescritto in continuità con ciò che fu richiesto a “ quelli che furono prima di voi”. Si può perciò pensare che il digiuno del Ramadan si innesta su pratiche religiose precedenti all’Islam.

In questo testo oltre a queste conclusioni che ci si può permettere di fare si trova anche la motivazione del collegamento del digiuno con il mese di Ramadan. Esso, seguendo il Corano, ha un carattere commemorativo della rivelazione del Corano “come guida degli uomini, chiara prova della giusta direzione e criterio per distinguere il bene dal male”.(La vacca 2, 185)

Prima di entrare nella casistica riguardante esenzioni e sostituzioni, è bene fermarsi sulle caratteristiche essenziali di questa pratica.

Possiamo dire che il digiuno del Ramadan ha essenzialmente tre dimensioni: una dimensione religiosa, una dimensione etica, una dimensione sociale.

A – per quanto riguarda la prima dobbiamo dire che il mussulmano segue la pratica del Ramadan come atto di sottomissione di obbedienza a Dio. Se per l’ebreo fare digiuno è “inclinare l’anima davanti a Dio”, per il mussulmano esso diventa “inclinare anima e corpo e tutto se stesso davanti alla sovranità assoluta di Dio”;

B – per quanto riguarda la dimensione etica il Corano stabilisce un nesso tra la prescrizione del digiuno “ per un certo numero di giorni” e l’essere “timorati di Dio”. Il timor di Dio, secondo il Corano, è tutto orientato a ottenere dal credente una vita virtuosa che non dispiaccia a Dio. Ho trovato un autore mussulmano che dice che una condotta criminosa annulla il valore del digiuno il quale richiede l’astensione da ogni azione cattiva, da forme trasgressive di comportamento, da cattive intenzioni…

C – per quanto riguarda la dimensione sociale non è un caso se la pratica del digiuno nel mese di Ramadan è collegata alla zakat, cioè all’elemosina obbligatoria che deve essere versata prima della fine del Ramadan.

Il digiuno praticato durante il giorno dà luogo alla sera, a una vera e gioiosa esplosione della sua dimensione sociale sia a livello dei rapporti Intra-familiari, che di vicinato, che di paese o di quartiere.

Questa dimensione fa dire a qualcuno che la bellezza del Ramadan diventa quasi una pregustazione della condizione paradisiaca.

Dal punto di vista ascetico il digiuno del mese di Ramadan diventa l’occasione ideale per applicare le parole del Corano “mangiate e bevete, ma con moderazione. Dio non ama gli intemperanti” ( L’Alto Limbo 7, 32).

A dire il vero ho l’impressione che questo stile di sobrietà venga applicato di più nei restanti mesi dell’anno piuttosto che nel mese di Ramadan!

Alcune persone, in alcuni luoghi, durante il mese del digiuno si applicano a un’altra pratica meritoria che consiste in una specie di ritiro – clausura in una moschea negli ultimi dieci giorni del mese. Il tempo viene totalmente dedicato alla meditazione e all’apprendimento del Corano. Non ho trovato ancora tra i nostri mussulmani chi segua questa pratica, ma ho trovato chi si dedica alla meditazione e all’apprendimento del Corano in maniera più intensa durante questo mese. Conosco dei mussulmani, autentici uomini spirituali, che di ritorno dal lavoro occupano anche due ora alla sera in questo esercizio.

In ogni caso, dopo tanti anni che vivo fianco a fianco con loro, mi sono fatto la convinzione che la pratica del digiuno durante il mese di Ramadan costituisca un potente fattore di coesione della ‘Umma, cioè della universale comunità mussulmana e, perciò, un elemento identitario di primordine.

Si dovrebbe a questo punto aprire il capitolo riguardante le eccezioni. Io partirei da un’affermazione del Corano che è molto misericordiosa : “Dio desidera agio per voi, non disagio”. (La vacca 2, 185 – traduzione Bausani). Questo significa che si possono prevedere eccezioni al digiuno perché Dio non vuole sottoporre l’uomo a gravami insopportabili. Per questo è previsto che siano esonerate le persone ammalate, le donne lattanti, chi si trova in viaggio… e, nell’interpretazione di alcuni maestri, anche un operaio che lavora negli altiforni.

3. CRISTIANESIMO

La pratica del digiuno tra i cristiani ha subìto delle variazioni secondo le epoche; le tradizioni religiose ( cattolica, ortodossa…); le aree geografiche (Occidente, Medio oriente…).Non ci troviamo perciò di fronte a comportamenti univoci.. Possiamo però dire che per quanto riguarda il cristianesimo occidentale la pratica del digiuno tende a scomparire, mentre nel cristianesimo orientale essa trova ancora significative adesioni.

Detto questo cerchiamo di risalire alle fonti di tale pratica.

I Vangeli riferiscono che Gesù prima di incominciare la sua missione passò quaranta giorni nel deserto e “dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti ebbe fame” ( Mt 4,2). La pratica del digiuno cristiano ha perciò in Gesù stesso la sua origine. Tuttavia Gesù mette in guardia nel suo insegnamento contro una forma di digiuno che favorisce l’ipocrisia- “ quando digiunate non assumete aria malinconica come gli ipocriti che si sfigurano la faccia per far vedere agli uomini che digiunano… tu, invece, quando digiuni profumati la testa e lavati il volto perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto: e il Padre tuo che vede nel segreto ti ricompenserà” (Mt 6, 16 ss).

La pratica del digiuno era molto seguita al tempo di Gesù e, stando al Vangelo, sappiamo che i discepoli di Giovanni Battista e i farisei digiunavano a lungo ( Mt 9, 14). I discepoli di Gesù invece non si distinguevano affatto in questo campo. Anzi ad essi viene rinfacciato che non si comportano come gli altri. A questo rimprovero Gesù risponde con una affermazione apparentemente misteriosa: “ possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno”. Gesù inaugura il tempo delle nozze di Dio con l’umanità e, perciò, non c’è posto per pratiche penitenziali.

Questo testo tuttavia si presta anche per giustificare la pratica del digiuno. Quando, infatti, la comunità dei discepoli incomincerà a darsi un minimo di struttura organizzativa partendo dalla memoria della Passione-Risurrezione del Signore verrà richiesto il digiuno dalla sera del venerdì alla sera del sabato santo, il giorno dell’assenza del Signore. Successivamente esso si allargherà a tutta la settimana di Passione e infine sarà esteso a tutti i giorni di Quaresima ( salvo la domenica)..

Il digiuno viene a rappresentare simbolicamente l’assenza dello sposo che è Gesù. Il digiuno cristiano perciò prima ancora di essere un atto di mortificazione, di espiazione o di implorazione è l’espressione di questa “assenza di Dio” e del desiderio ardente della creatura di incontrarlo.

Forse il senso del digiuno cristiano è espresso in maniera più densa da quella espressione che fino a non molto tempo fa si usava: “ Fare vigilia” espressione equivalente a fare digiuno.

Vigilia vuol dire veglia, attesa di ciò che accadrà. Attesa dello sposo che viene: il sabato santo e ogni tempo di digiuno deve essere soprattutto l’espressione di questo ardente desiderio di incontro con Dio che è Mistero.

Forse sarebbe più conforme al senso cristiano del digiuno recuperarne la dimensione vigiliare, soprattutto prima delle tre grandi feste cristiane. Pasqua, Pentecoste, Natale.

Occorre però dire che il digiuno dei cristiani laddove è praticato ha delle motivazioni che sono più simili a quelle dell’ebraismo e dell’islam. Esso è suggerito per rinvigorire la preghiera, per difendersi dalle tentazioni, per sentire sulla propria pelle i crampi di stomaco dei poveri, per un necessario dominio di sé… Attualmente le pratiche di digiuno assumono forme nuove e trovano giustificazione anche nella necessità di operare una svolta non consumistica per la salute della persona e dell’ambiente.

Se quest’ultimo aspetto del digiuno si collega in maniera sorprendente con la sensibilità moderna più attenta al tema della sobrietà, non si può dimenticare che anche nel cristianesimo il digiuno è collegato essenzialmente alla dimensione sociale. Il cristiano accoglie come parola normativa di Dio ciò che trova scritto nel profeta Isaia ( 58, 2 – 11): “ Ecco nel giorno del vostro digiuno voi curate i vostri affari, angariate tutti i vostri operai. Ecco voi digiunate tra litigi e alterchi. E’ forse come questo il digiuno che desidero….? Non è piuttosto quest’altro il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste, forse, nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri senza tetto, nel vestire chi è nudo, senza distogliere gli occhi dalla tua gente?”. Si tratta di affermazioni impressionanti che non permettono alcun formalismo di carattere pseudo-religioso. Successivamente nella grande tradizione e nella riflessione degli antichi maestri della fede troviamo una netta conferma di questo legame. Un esempio per tutti lo troviamo in San Pier Crisologo (450 d.C.).

“Queste tre cose: preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola e ricevono vita l’una dall’altra. Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia è la vita del digiuno. Perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia…chi vuol trovare aperto il cuore di Dio verso di sé, non chiuda il suo a chi chiede. Chi digiuna comprenda bene cosa significhi per gli altri non aver da mangiare. Ascolti chi ha fame se vuole che Dio gradisca il suo digiuno…Il digiuno non germoglia se non è innaffiato dalla misericordia. Il digiuno si secca se si secca la misericordia…Quantunque ingentilisca il cuore, purifichi la carne, sradichi i vizi, semini le virtù, il digiunatore non coglie frutti se non farà scorrere fiumi di misericordia. Pertanto, o uomo, perché tu non abbia a perder tutto col voler tenere per te, elargisci agli altri e allora raccoglierai.”

Don Giuliano

(inviato in aprile 2014 da Sonia Mondin <soniamondin@virgilio.it>)