27/01/2014

27 Gennaio 2014 –  Giornata della Memoria
“…la memoria costituisce la pietra di paragone di tutte le azioni. La memoria è una sorgente di fede. Avere fede è ricordare…molto di ciò che la Bibbia richiede può essere racchiuso in una parola sola: ricorda (Dt 4,9)…il ricordo è un atto sacro: noi santifichiamo il presente rammentando il passato…”
(Così scrive un teologo ebreo, A.J. Heschel – di F.Marchetti su Fb)

Qui di seguito la riflessione di Ambra, A.S. di Trieste e l’intervista ‘sopravvivere a Dachau’ presentata da Sonia Mondin P.N. Masci.

Nel giorno della memoria vorrei ricordare le tante persone, molte di più di quelle che sono state testimoni nei campi di concentramento, che durante l’occupazione nazista in Italia, si sono nascoste, che hanno vissuto nella paura e nel terrore, che ancora bambini hanno percepito le angosce dei genitori …

e le hanno fatte proprie vivendo una vita nella depressione, nell’ansia, generando figli che portano su di sé inconsciamente queste paure senza, in genere, saperle riconoscerle. Il male fatto dalle persecuzioni naziste si rivela ancora ora attraverso queste persone che sono tra di noi. I testimoni stanno sparendo, venendo pian piano  a mancare, ma ci sono milioni di figli di sopravvissuti a questi orrori, in tutto il mondo, figli di persone che non hanno saputo testimoniare la loro paura perché del trauma non è poi così facile parlare.

Ecco voglio ricordarli oggi!

Voglio ricordare così mio zio che si è nascosto tra Roma e Firenze e poi è entrato nella resistenza

Voglio ricordare i miei genitori che sono vissuti nascosti in un paesino sperduto di montagna

I miei due nonni che si sono nascosti in Friuli

I miei cugini nascosti in un paesino del Piemonte

Gli amici dei miei genitori che sono scappati in Svizzera

Mia bisnonna e lo zio di mia madre che mai hanno potuto testimoniare perché uccisi ad Auschwitz

Per loro conservo la memoria e tramando la memoria perché se tutti sappiamo cosa sia il negazionismo, in pochi ci rendiamo conto di quanto sia facile “negare” certi vissuti per nasconderli tra le pieghe dei sintomi nel corpo, per non sentire l’ansia e l’angoscia, per illudersi di vivere potendo cancellare i collegamenti tra tanti fatti inquietanti vissuti.

Ambra, comunità di Trieste

 

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata in commemorazione delle vittime del nazismo, ed è tramite un’iniziativa organizzata per fare memoria dell’olocausto, che ho incontrato e conosciuto Enrico Vanzini.

 

La sala assembleare gremita di gente, la sua figura esile, la sua voce sottile, un silenzio “quasi religioso”, nelle due ore di racconto. Di lui ricordo, la dolcezza, la non violenza, la capacità di raccontare cose atroci, senza mettere odio, anzi al contrario, trasmettendo un sentimento di profonda serenità e di perdono.

 

Ricordo di Enrico Vanzin un aneddoto, che commosse profondamente la folta platea presente.  Raccontò di una mattina gelida d’inverno, i detenuti con i piedi scalzi nei freddi zoccoli di legno, legati l’uno all’altro da pesanti catene, si spostavano dal campo di concentramento, alla ferrovia per i lavori forzati.

 

Un’anziana donna tedesca, lo rincorse per offrirgli un pezzo di pane, lo rifiutò più volte, cercando di cacciarla via, sapeva quanto quella donna rischiava per quel gesto che stava compiendo; ma lei, a tutti i costi glielo volle porre tra le mani, la guardia se ne accorse e la fucilò. Li rimase quel pezzo di pane che mise frettolosamente in tasca, non riuscì a mangiarlo malgrado la tremenda fame, non lo mangiò perché era un dono d’amore.

 

Quel pezzo di pane disse, con una lacrima di commozione, è l’unica cosa che ho portato a casa da Dachau, mi ricordava un cuore di madre che per darmi un pezzo di pane moriva per me, mi ricordò mia madre che a casa ancora mi attendeva …

 

Per non dimenticare …

 

Sonia Mondin

 

Presidente Nazionale

 

Sopravvivere a Dachau
Intervista a Enrico Vanzini

 

 
 

di Laura Sudiro

 

 
 

“A Dachau ho lasciato la mia giovinezza e quell’esperienza mi ha segnato per sempre: piuttosto di riviverla, preferirei morire subito”. Si fanno strada, a poco a poco, emergendo dai meandri di una memoria vivissima, i ricordi di Enrico Vanzini, classe 1922, nato a Varese, ma residente dal ’76 a Cittadella (Pd). Dell’inferno di Dachau non ha mai parlato con nessuno, chiuso in un silenzio ostinato, durato 62 anni. “Nemmeno mia moglie, i miei figli, sapevano” confida. “Ho sempre cercato di tenerli lontani da un dolore che era soltanto mio”. Ma a questo si aggiungeva, fortissima, “la paura di non essere creduto” perché ciò che succedeva in quel lager, travalica ogni umana immaginazione: “là tutto era proibito, essere uomini era proibito e non si poteva parlare, né lamentarsi, né chiedere, perché altrimenti erano bastonate”.

Il coraggio di raccontare, di ritornare con la mente a quei giorni terribili, è arrivato improvviso, dopo tutti questi anni, inaspettato come un dono.
E’ arrivato portandosi dietro la consapevolezza del valore della propria testimonianza, per i giovani, per le generazioni che verranno: “E’ giusto che i ragazzi sappiano, fino a che punto possa arrivare la cattiveria umana”, sottolinea Vanzini. In quei luoghi perduti e senza tempo, frutto del folle genio organizzativo tedesco, dove ogni regolamento, ogni ordine e contrordine era concepito, studiato, predisposto con lo scopo preciso di annullare il pensiero, annientare la volontà, affossare la dignità umana, l’unica chiave per non naufragare era ricordarsi di avere un passato, una patria, una famiglia e in nome di tutto questo resistere. “Se sono sopravvissuto, lo devo alla mia giovane età, alla mia buona salute, ma soprattutto alla speranza” ripete Enrico. “Quella non mi ha mai abbandonato, non ho mai ceduto alla tentazione di farla finita, di buttarmi contro il filo spinato, come hanno fatto altri. Anche nei momenti più disperati, sentivo che prima o poi sarei uscito da quell’incubo, che avrei rivisto il mio paese, riabbracciato i miei genitori”.

Da casa, Vanzini mancava dal 1940. Chiamato alle armi, aveva inizialmente prestato servizio nell’artiglieria ippotrainata. In seguito, dopo il ricovero nell’ospedale militare di Alessandria, dovuto ad un’appendicite provvidenziale che gli aveva risparmiato la partenza per la disastrosa campagna di Russia, era stato inviato in Grecia, a rinforzare le fila dell’artiglieria motorizzata.
Si trovava qui, quando l’Italia firmò l’armistizio con gli alleati, il 3 settembre del 1943. “I tedeschi mi catturarono mentre facevo la spola dal Pireo a Piazza Omonia per trasportare la sabbia che serviva alla costruzione dei fortini. Fui caricato con i miei compagni su un carro bestiame e per giorni e giorni, tanti da perderne il conto, viaggiammo stipati in vagoni lerci, quasi uno sopra l’altro, in condizioni disumane, senza mangiare e senza bere”.

Questo viaggio estenuante, attraverso l’Albania e la Yugoslavia in direzione della Germania, dura un mese e si conclude a Monaco. “Lì c’era una fabbrica metalmeccanica allestita per le esigenze belliche. Rimasi circa un anno a lavorare per i tedeschi, mentre i bombardamenti alleati si facevano sempre più frequenti e vicini. Un giorno la fabbrica venne centrata da una cannonata. Si scatenò il panico e nella confusione generale che seguì, io ed altri due italiani tentammo la fuga”. La cattura e il successivo internamento a Dachau sono il tragico epilogo di questa fuga, rocambolesca, fra i boschi della Baviera. “Camminammo per 15 giorni, sempre di notte, nutrendoci di bacche e radici, e bevendo l’acqua delle pozzanghere e dei fossati. Una sera, vedemmo una luce filtrare dalle finestre di una capanna. Ci avvicinammo perché eravamo esausti e affamati. Di lì a poco uscì una ragazza. La chiamammo. Lei ci rispose in italiano, con un accento lombardo che riconobbi subito. Ci sorrise e ci invitò ad entrare”. Ma la speranza dura un attimo. “Varcato l’uscio, trovammo due tedeschi ad attenderci.”

L’incubo di Vanzini e dei suoi compagni inizia qui, a pochi chilometri dal confine con l’Austria, nel tradimento di una connazionale. “Fummo consegnati alle SS e portati a Buchenwald: venimmo accusati di sabotaggio e dopo un processo sommario, condannati alla pena di morte per fucilazione. All’ultimo momento però, grazie all’intercessione di un tenente che ci aveva fatto da interprete, la pena di morte venne commutata in quella ai lavori forzati. Ci separarono: uno dei miei compagni rimase a Buchenwald, l’altro venne spedito a Lienz io a Dachau. Fu l’ultima volta che li vidi”. E’la fine di luglio del ’44 quando Vanzini, insieme ad altri prigionieri, giunge a Dachau. Ci resterà 9 mesi, fino al 29 aprile del ’45, quando il campo venne liberato dagli americani.

“Appena arrivati ci condussero in una stanza dove ci fecero spogliare, ci tosarono una striscia di capelli al centro della testa, ci strapparono i peli del corpo con un rasoio che era buono per tutti e sulla pelle abrasa ci spalmarono un disinfettante puzzolente, che bruciava da impazzire.” Poi ci spinsero a calci sotto le docce: l’acqua usciva a getti violenti e improvvisi, prima bollente, subito dopo fredda, poi di nuovo bollente, e non ti potevi scostare perché quelli ti ricacciavano sotto a forza di botte, urlando come belve feroci e imprecando. Alla fine, ci fecero indossare una divisa a righe, un paio di zoccoli di legno e un berretto consunto, ci fotografarono e ci tatuarono, chi il braccio, chi il polso sinistro. Da quel momento il mio nome venne cancellato, cessai di essere una persona e diventai un numero: 123343”. Quel numero, che dovette imparare e saper ripetere in tedesco quando richiesto, non esiste più sul polso di Enrico: se l’è fatto cancellare con un intervento chirurgico, alla fine della guerra. Ma lo ricorda ancora, a memoria e in tedesco, così come ricorda il linguaggio bestiale del lager, gli ordini, gli insulti, le frustate, le minacce. “Mi assegnarono alla baracca numero 8” continua.“Era sporca e intasata da incastellature a vari ripiani dove si dormiva ammassati: anche 8 o 10 persone, costrette in uno spazio ridottissimo.

Ogni giorno ci svegliavano prima dell’alba, per colazione una brodaglia verdastra che chiamavano caffè: un intruglio ripugnante”. Ma il “pranzo” e la “cena” non sono migliori: “una zuppa a base di cavolo nero e una fettina di pane, duro come la suola di una scarpa”. Così, denutriti, vestiti di stracci, inebetiti per quel dormire che non era riposo, tumefatti dalle percosse ricevute, questi uomini venivano chiamati in centinaia a rispondere a lunghi, interminabili appelli che si svolgevano a qualunque ora e a qualsiasi temperatura. “Il primo iniziava alle 4” ricorda Enrico. “Dovevi scattare, metterti in fila e rimanere in piedi, immobile, per ore, sotto la minaccia delle nerbate. D’inverno era anche peggio. Con i piedi nudi affondati in 50 cm di neve, dovevi pensare a mantenere la fila. Era tutto un saltare, uno sbattere di zoccoli per illuderti di sentire meno freddo, un freddo che ti penetrava nelle ossa, fin dentro lo stomaco. Quando nevicava ti facevano togliere il cappello, così che il nevischio ti si congelasse sul capo rasato. Ogni cosa per farti ammalare: prima ti ammalavi, prima morivi. Loro non aspettavano altro”.

E chi pensava di affidarsi alle cure dell’infermeria, “non ne usciva con le proprie gambe”. “Usavano i detenuti come cavie per i loro folli esperimenti, ma questo si è saputo alla fine della guerra”. Ingoia la rabbia, Enrico, poi riprende, piano piano, il filo dei ricordi. “Dopo l’appello del mattino ci dividevano per gruppi: alcuni venivano mandati a lavorare in una fattoria lì vicino, altri spediti a Monaco a ricostruire i binari della ferrovia, sempre sottosopra per via dei bombardamenti. Io appartenevo a questo gruppo: lavoravo a mani nude, tutto il giorno a battere su quel ferro gelido, le dita mi si riempivano di tagli che poi si infettavano di pus. A volte qualche donna tedesca si avvicinava per allungarci di nascosto un pezzo di pane, ma io ho sempre rifiutato. Sapevo quanto rischiavano. Alcune vennero freddate davanti ai nostri occhi. I nazisti non avevano alcuna pietà: ricordo un ragazzo di Genova crivellato dai proiettili per aver tentato di raccogliere una patata, caduta da un carro destinato alle cucine degli ufficiali. Per morire, bastava un niente: un saluto non dato, uno sguardo sostenuto, un lamento di troppo”.

Ma il ricordo più doloroso per Enrico, resta legato ai 15 giorni che fu costretto a passare ai forni crematori. “Il mio compito consisteva nel sollevare i cadaveri da uno dei carretti che arrivavano stracolmi e farli scivolare nel fuoco. Un giorno mi accorsi che tra quei corpi ammucchiati ce n’era uno che non sembrava morto. Mi piegai su di lui: respirava appena, ma respirava. Lo feci presente ai capi, ma quelli mi presero a calci e pugni minacciando di farmi fare la stessa fine.

Non ho avuto scelta.” Il 29 aprile 1945, quando gli americani aprirono i cancelli di Dachau, Enrico Vanzini pesava 30 chili e aveva 23 anni. “Un soldato mi chiese se fumavo e mi diede della cioccolata. Non ne mangiai più di così buona”.